Ricordo di Artemisia Gentileschi.

08/07/2020

Artemisia processo1427 anni fa, l’8 luglio del 1593, nasceva a Roma Artemisia Gentileschi (1593-1653), tra le poche pittrici del proprio tempo capaci di cimentarsi con la pittura “alta”. Fu il padre Orazio, anche egli pittore, a istruire la giovane Artemisia nello stile di Caravaggio. Tra i suoi primi quadri ricordiamo Giuditta che decapita Oloferne, realizzato tra il 1612 e il 1613, conservato nel Museo nazionale di Capodimonte a Napoli.
Il quadro fu composto subito dopo una vicenda personale che segnò la vita, l’arte e la fama di Artemisia Gentileschi. A 18 anni la giovane venne stuprata dal suo maestro di prospettiva Agostino Tassi, a cui l’aveva affidata il padre Orazio. Tassi promise un “matrimonio riparatore” che però non avvenne mai. Dopo un anno, nel marzo del 1612, Orazio Gentileschi inviò al papa Paolo V Borghese una supplica, nella quale accusava il Tassi di aver “…forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più et più volte” la figlia. Denunziava inoltre che Agostino, già sposato, aveva ucciso sua moglie e promesso di sposare Artemisia.
La donna venne sottoposta a una visita ginecologica e interrogatori sotto tortura da parte delle autorità giudiziarie per verificare la veridicità delle sue accuse: Artemisia accettò di provare la sua verginità precedente allo stupro e, tra le altre cose, subì un supplizio progettato per i pittori, la tortura dei sibilli, che consisteva nel fasciare loro le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Nella concezione giuridica del tempo infatti, in assenza della condizione di verginità, non poteva trattarsi di vero stupro. Al centro del processo erano dunque la verginità e i costumi della donna: la dichiarazione di innocenza mantenuta sotto tortura confermava la veridicità della sua deposizione. Sulla "honorata" qualità di Artemisia testimoniò anche Pietro Molli, che fu il modello cui si ispirò Orazio Gentileschi per il ritratto di San Girolamo nella tela dipinta tra il 1610 e 1l 1611. Artemisia processo2
A difesa di Tassi, che invece negava l’atto sessuale e accusava la donna di non essere vergine al momento dello stupro, intervennero vari testimoni che testimoniarono sulla disonestà della donna. Il 27 novembre 1612 Agostino Tassi fu condannato per la deflorazione di Artemisia Gentileschi: il giudice gli impose di scegliere tra cinque anni di lavori forzati o l'esilio da Roma. Tassi scelse l'esilio, pena che in realtà non scontò mai. Due giorni dopo la sentenza, nella chiesa di S. Spirito in Sassia, Artemisia si unì al pittore fiorentino Stiattesi in segno di matrimonio riparatore.
Nel fondo del Tribunale criminale del Governatore, Processi del XVII secolo dell’Archivio di Stato di Roma si conservano gli atti del processo contro Agostino Tassi: “1612. Romana stupri et lenocinii pro Curia et fisco contra Augustinum Tassum pictorem coram Illustre ac magnifice et excellenti Hieronimo Felicio locumtenente…”(vol. 104). Ne fa parte anche la supplica e denuncia da parte di Orazio Gentileschi a Paolo V con l’accusa ad Agostino Tassi per lo stupro della figlia Artemisia.